Tutto sotto controllo, siamo in guerra

Parigi, 17 marzo 2020.

“I francesi vorrebbero essere come i tedeschi ma alla fine sono solo degli italiani di cattivo umore”. Generalizzare non sempre è cosa buona e giusta, si finisce per fare torto a ciò che ci rende così particolari nella catena dell’evoluzione, ossia la gestione delle complessità. Ma se non generalizziamo adesso, quando? Voglio dire, per la prima volta nella storia noi italiani siamo uniti in solo afflato che affratella stanziali ed emigrati, scienziati e cialtroni. Persino nel luogo più recondito dell’orbe terracqueo in questo momento un italiano o un’italiana sta preparando la pasta per la pizza da condire con la pummarola arrivata con il pacco da giù, mentre scendono copiose lacrime di commozione e sullo schermo del tablet c’è il video in loop di Giuseppe Conte che mancoliporn.

Ma la stessa cosa vale per gli spagnoli, i tedeschi, gli inglesi, gli americani. Fateci caso, questo virus ci compatta, ci mette a nudo, mette in evidenza le costanti che si cristallizzano al di là di quelle che rimangono pur sempre delle percezioni ma che ci ostiniamo a chiamare reali perché, semplicemente, sono vere. E la costante dei francesi è che sono, sempre e per sempre, stronzi. Stronzi furono, stronzi sono e stronzi saranno. Ma stronzi nel senso più tenero, direi quasi innocente: stronzi loro malgrado. Cioè, voglio dire, i tedeschi ci si mettono d’impegno. I francesi no, lo sono naturalmente, di default, ci nascono proprio. Sono talmente stronzi, in ogni loro fibra costituiva, che ti verrebbe solo voglia di abbracciarli: vabbuò vah, non fate accussì, tout va bien, ma ci spiegate come fate a non avere un filo di grasso e ad avere tutti quei capelli?

Non so se avete presente quei genitori che non sanno educare i bambini e li rimproverano urlando e ripetendo all’infinito “Non fare questo, non fare quello” e i bambini ridono loro in faccia facendo esattamente questo e quello, e poi i genitori si girano verso di te si lamentano che i figli non li ascoltano e fanno sempre un po’ quel cazzo che vogliono e tu li stai a guardare giudicandoli con disprezzo e pensi “Sì, ok, bon bah, ma tu dov’eri mentre tuo figlio diventava una testa di cazzo fatta e finita?”.

Ecco. Ieri sera, nel suo secondo discorso alla Nazione (87% e 32 milioni di spettatori, gli altri ventotto camminavano per le strade vuote chiedendosi “Que se passe-t-il? Je ne comprends pas”), Macron a un certo punto ha cominciato a rimproverare i francesi perché “vi avevo detto di stare a casa e siccome ieri c’era il sole ve ne siete andati a suonare i tamburelli nei parchi”, prima di cominciare con una gragnuola di “Nous sommes en guerre”, sottinteso: vediamo se adesso capite, razza di dementi sottosviluppati. Ma un’anafora, ripetuta pure mille volte, non fa statista responsabile.

Torniamo alla casella di partenza: il disprezzo della gente. Facile prendersela con un gregge di pecorelle sia pure incoscienti e pazze furiose. Ma se per settimane continui a dir loro che tutto va bene, “non c’è alcun rischio che il virus arrivi dalla Cina” (ministra della salute), “non chiuderemo mai le scuole, il paese non può fermarsi” (ministro dell’istruzione), “ma va, quello che è successo in Italia da noi non succederà mai” (chiunque), e se continui a dare alla popolazione messaggi contraddittori (State a casa, andate a votare. Abbiamo il miglior sistema sanitario del sistema solare, se state male non andate all’ospedale. Tutto sotto controllo, siamo in guerra), alla fine la popolazione smette di ascoltarti e ti manda affanculo: ma sai che c’è, adesso ci mettiamo a limonare con il coronavirus solo per farti un dispetto, tanto, stronzata in più, stronzata in meno.

La verità è che i francesi ci hanno provato a fare come i tedeschi, ma, alla fine, dal profondo sud delle viscere, hanno recuperato l’emotività necessaria per affrontare la situazione come si deve, e hanno seguito passo passo la strada dei maestri nella gestione dei drammi: gli italiani. E ora il copione si ripete tale e quale, con i supermercati presi d’assalto, la fuga dalle città per andare in campagna o tornare dai genitori, l’autocertificazione per andare in giro, gli ospedali quasi saturi che lanciano l’allarme. Per giorni abbiamo vissuto questo sfasamento, sotto forma di flashforward che arrivavano dall’Italia mentre qui stavamo ancora ai flashback della prima stagione. Adesso le linee temporali si sono riunite e siamo tutti sulla stessa barca. Resta solo da capire che ne sarà di noi.

Palermo, Parigi. Transalpino al quadrato, sempre tra l’essai e l’assai. Coautore del film Fuori Tutto, miglior doc italiano al Torino Film Festival 2019.

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