The one in cui parlo di qualche film e qualche serie del 2020

Quando arrivai a Parigi, mi sembrò subito di essere nel paese dei balocchi grazie a una piccola tessera plastificata di 8x5 cm: per una ventina di euro al mese potevo andare al cinema tutte le volte che volevo. E quando dico tutte è: tutte. Ci sono molti modi per imparare a conoscere una città, uno dei miei è stato entrare in sale da dieci posti, da cinquecento, in periferia, in centro, sale di prime e seconde e terze visioni, sale con cinefili, sale con psicopatici, sale con Louis Garrel tra gli spettatori.

La smetto subito con la retorica di quanto è bello andare al cinema però si è capito: l’anno scorso sono tornato ai livelli di quando ancora non avevo scoperto l’Aurora di Tommaso Natale. Una pena. Solo quattro volte, me le ricordo tutte. Due a Parigi a gennaio. Una a Milano sempre a gennaio, in occasione dell’ultima cosa pazza fatta in vita mia: all’Odeon (o era l’Orfeo?) ho visto Hammamet di Amelio chiedendomi come si potessero tenere assieme la migliore interpretazione di Favino della sua carriera (nel senso che non ti viene mai da chiedergli: Favino ti levi per favore?), e la peggiore performance della storia del cinema di tutti i tempi (l’altro, coso, il co-starring). L’ultima volta a Palermo, un giorno uggioso di settembre: al Rouge et Noir (dove sennò?) ho visto Le sorelle Macaluso di Emma Dante. In sala c’erano due mamme con cinque bambini (che durante il film correvano indisturbati per la sala) e alla fine del film una delle due donne disse: Che pesante, mi aspettavo più risate. Io la guardai, la odiai, dissi: Madame, le cinéma n’est pas un parco giochi, la honte! E me ne tornai su via Maqueda, sdegnatissimo.

Dice: e che hai fatto in tutto il tempo che non sei andato al cinema? Ho visto altri film, tanti film. Piattaforme, streaming. Ma anche diversi festival che altrimenti mi sarei perso: Annecy, Torino, Divergenti. Ho compensato il dolore dello schermo piccolo e obbligatorio (esempio: sarebbe stato meglio vedere Days di Tsai Ming-Liang in sala? Risposta: CHE DOMANDE) (ok, sono una di QUELLE persone che scassa il cazzo con l’odore della carta, spegni quel telefono, dove andremo a finire) (ma leggo anche su kindle e sono abbonato a Mubi) con la scoperta random di gente sconosciuta, o la riscoperta di classici mai visti, o la re-visione completa dei miei confort-film, nei giorni più cupi.

Ho smesso di fare bilanci quando hanno chiuso splinder e un’orda di dilettanti è arrivata alle porte della città, ma stavolta mi pareva giusto fare un’eccezione. I tre film a cui ho pensato e ripensato, senza sosta, sono: Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman (la scena del bacio, quelle mani; la scena del karaoke con gli amatissimi A Flock of Seagulls); Sin señas particulares di Fernanda Valadez (la scena della rivelazione finale; il fuoco; la testa che va a Ma’Rosa di Brillante Mendoza); Ema di Pablo Larraín (ancora il fuoco; Mariana Di Girolamo, qualsiasi cosa faccia Mariana Di Girolamo, ho già detto Mariana Di Girolamo?).

Tra le serie, cito quelle che mi hanno influenzato per le cose che penso, scrivo, faccio, per il mio lavoro e non solo: l’ultima stagione di BoJack Horseman, il solo, unico, vero capolavoro della piattaforma che non voglio manco nominare (e sempre grazie a A., che ha dovuto convincermi a guardarla anni fa, io così scettico; e ora invece indosso una maglietta del mio amico Mr. Peanutbutter, oh oh oh); la prima stagione di Industry (BBC2/HBO), sottovalutata all’inizio per lo specchietto trito del sesso e del full-frontal e invece interessante e divertente declinazione dell’intersezione Potere/Denaro/Umiliazione (con una colonna sonora che avrei voluto impilare io, io, io; e un Harry Lawtey da cui vorrei prendere lezioni di danza); la prima stagione di We are who we are (HBO), serie sgummata e sbilenca, ma che non assomiglia a niente di già visto (qualcosa vorrà dire)(oh, quanto avrei dato per essere nella writer’s room con Guadagnino, Giordano e Manieri); e poi le tre stagioni di High Maintenance (HBO, 2016–2019) che, viste da questa parte della barricata, dicono parecchio su cosa e come eravamo, noi come occidentali con i nostri problemi da primo mondo viziato e dolcissimo. Curioso di scoprire cosa verrà, dopo.

Palermo, Parigi. Transalpino al quadrato, sempre tra l’essai e l’assai. Coautore del film Fuori Tutto, miglior doc italiano al Torino Film Festival 2019.

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