Parigi, 14 marzo 2020.

Nel 1986, qualche giorno dopo la catastrofe di Chernobyl, le autorità e i media francesi rassicurano la popolazione dicendo che tutto va bene, non c’è alcun rischio. In un bollettino meteo trasmesso dal servizio pubblico, la giornalista esordisce con “Bisogna distinguere tra il possibile e il reale” prima di tranquillizzare gli spettatori sostenendo che la nube radioattiva ha fatto dei giri in Polonia e in Scandinavia ma grazie all’anticiclone delle Azzorre si è formata una barriera che proteggerà la Francia (il video, con i relativi disegnini deliranti, è disponibile su YouTube, titolo: “Le nuage radioactif de Tchernobyl ne touchera pas la France”). Nei giorni successivi il governo continua a smentire ogni problema, finché l’ansia e la preoccupazione salgono in superficie. Le Parisien scrive: “Quindici giorni dopo l’incidente, in Europa le autorità prendono provvedimenti. In Francia, ci viene detto che tutto va bene…”. Passano altri giorni a alla fine il governo ammette che sì, la nube radioattiva ha attraversato il paese. I giornali si chiedono: “Era necessario mentire alla popolazione?”.

La storia è magistra vitae ma evidentemente non magistra macronis. Dopo una lunga fase di negazione della realtà che ha indotto politici, media, esperti e civili a comportamenti non responsabili, finalmente Emmanuel Macron ha deciso di parlare alla Nazione. Il discorso del 12 marzo, ce ne ricorderemo, ha totalizzato l’88% e quasi 25 milioni di spettatori. Gli altri 35 milioni di francesi probabilmente erano in terrasse a ordinare pichet di vini sfusi e taglieri di formaggi, salumi e cetriolini, e a perculare il resto del mondo: gli italiani perché si preoccupano troppo, l’Inghilterra e l’America perché se ne fottono, chiunque perché esiste.

Nel suo lungo discorso Macron ha cercato di confermarsi come uno dei pochi statisti occidentali dotati di senno e di una certa levatura. Vista la concorrenza, bastava leggere un gobbo senza impappinarsi. C’è riuscito. Efficace nella forma, meno nella sostanza. Ha chiamato alla coesione nazionale, alla solidarietà, alla tutela dei “nostri compatrioti più anziani”. Ha detto cose condivisibili sul pericolo dei nazionalismi e del ripiegamento su sé stessi, ha elogiato la bontà dello stato sociale francese, ha promesso sostegni di varia natura alle imprese e, già che ci siamo, anche agli impiegati. Ha poi confermato le elezioni municipali del 15 marzo, a quanto pare su pressione delle destre, date per probabili vincitrici.

Nessuna restrizione per commerci, ristoranti, mezzi pubblici e luoghi di incontro (il giorno dopo il primo ministro ha invece annunciato il divieto per gli eventi superiori alle 100 persone. Con calma, les gars, mi raccomando). In concreto, quindi, Macron ha preso solo un paio di misure: ha chiesto alle aziende di applicare il più possibile il modello del lavoro a distanza e ha chiuso asili, scuole e università (fino al giorno prima il ministro dell’Istruzione continuava a ripetere che “no, non chiuderemo le scuole come in Italia, perché significherebbe bloccare una parte del Paese”). Gli studenti hanno esultato (chi a quindici anni non l’avrebbe fatto?), noi expat abbiamo riascoltato in loop Giuseppe Conte per farci un pianterello di liberazione (“Mamma mia che eleganza, che grazia, che Padre della Patria”).

Per il resto Macron ha parlato con il calore che può avere un francese quando “parla con il cuore in mano”, ringraziando tutti per “averci aiutato a ridurre l’epidemia finora” (ghost writer che stai leggendo: no, scatarrare sui sostegni della metropolitana non è stata una misura efficace). Ha insistito moltissimo su un concetto evidentemente oscuro ai francesi (“lavatevi quelle mani putain de merde”) e, sguardo languido a favor di telecamera, ha pronunciato un commosso “Je compte sur vous”. Dire “Conto su di voi” a gente che prende la gastroenterite più spesso di quanto non si cambi le mutande equivale a dire “Sentite gente, non so che dirvi, fate un po’ come cazzo vi pare”. Cioè come sempre (mamma, papà, amici italiani: beati voi che non vedrete mai le condizioni igieniche di ospedali, studi medici, piscine e spogliatoi di questo paese).

Ma c’è una espressione usata da Macron su cui i media e i più sani di mente si sono concentrati: “faremo tutto il necessario per salvare vite umane, costi quel che costi”. Costi quel che costi, sia a livello economico sia a livello sociale. Costi quel che costi, cupa anticipazione di decisioni radicali che verranno prese nei prossimi giorni, ma non ora, non qui. E dunque: commozione e fermezza, rassicurazione e preoccupazione. Non possiamo sapere cosa succederà ma è chiara la strategia politica adottata fin qui: “fare qualcosa” per non essere poi accusati di non aver fatto niente ma allo stesso tempo di aver fatto troppo. “Allo stesso tempo”, “en même temps”, ossia la dottrina politica che tre anni fa ha teletrasportato un giovane tecnico sconosciuto prima al ministero dell’economia e poi alla presidenza della Repubblica. Allo stesso tempo destra e sinistra, allo stesso tempo liberali e socialisti, allo stesso tempo questo e quello, allo stesso tempo “niente panico, siamo francesi” e “proibiamo gli eventi con più di cinquemila, anzi no di mille, anzi di no di cento persone”, allo stesso tempo la nube radioattiva si ferma alla frontiera e il virus vede la bandierina francese e scappa a gambe levate perché ha capito che siamo i più stronzi di tutti.

Una dottrina politica che cerca di tenere tutto assieme, e non ci riesce, perché si basa su miserabili calcoli elettorali, e mostra un coerentissimo disprezzo della vita delle persone. È una lunga rincorsa che, “allo stesso tempo”, parte dai gilets jaunes, passa per le inaudite violenze della polizia ai danni di civili e inermi, per gli scioperi umiliati a colpi di 49.3 e “editti del re”, fino a questa emergenza sanitaria. Ma la vita delle persone è fatta, per riprendere la frase della giornalista del 1986, di reale e di possibile, quindi anche delle paure e di quello che potrebbe succedere ma che, speriamo tutti, non succederà. Le decisioni drastiche del governo italiano non sono figlie dei cliché, dei soliti melodrammatici che “gesticolano per ogni cosa”, né di un’emotività fuori controllo. Al contrario, sono ispirate da una lucida presa di coscienza: c’è un virus, per cui non ci sono ancora cure certe, e poi c’è il panico, il “possibile”, l’umano, che non può essere previsto, calcolato.

È a questa letale combinazione che gli italiani, storicamente più flessibili e più abituati ad affrontare le emergenze, stanno rispondendo con una lucidità, mi si perdoni l’ossimoro, da lacrime agli occhi. La Francia, con la sua strategia di atti progressivi, al rallentatore, sta mettendo le basi per ulteriori sofferenze alla vita delle persone. Le persone, noi. Per paura della paura e dei ricaschi economici si continua a perdere tempo, che si aggiunge al tempo già perso e alle difficoltà di un servizio sanitario già da tempo ai limiti del collasso. Non bastano gli appelli commossi dei corrispondenti francesi dal fronte italiano che spingono i decisori a darsi una mossa, non bastano le testimonianze drammatiche che arrivano dalla Lombardia e da chi, a pochi km di distanza, ci è già passato. Per il momento tutto rimane aperto, come l’incoscienza e la leggerezza di queste ore a Parigi. Ognuno reagisce come crede all’umano, al possibile che diventa reale. Là fuori c’è una guerra, l’Italia l’ha capito e sta resistendo. La Francia, come troppo spesso ha fatto nella sua storia, continua a volgere lo sguardo altrove.

Palermo, Parigi. Transalpino al quadrato, sempre tra l’essai e l’assai. Coautore del film Fuori Tutto, miglior doc italiano al Torino Film Festival 2019.

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