La condizione di noi italiani all’estero

Parigi, 10 marzo 2020.

Stanotte, notte fonda d’insonnia e pensieri cupi, mentre leggevo un libro senza riuscire a finire una frase, a un certo punto ho fatto un pensiero: di quanto riso e quanti legumi ho bisogno per gestire serenamente l’autoisolamento? Poi mi son detto: non vivo in Italia.

Ieri il presidente francese Macron ha scritto su Twitter: “di fronte al Coronavirus l’unione fa la forza. Esorto i nostri partner europei a un’azione urgente per coordinare le misure sanitarie, gli sforzi della ricerca e la nostra risposta economica. Dobbiamo agire tutti assieme, subito”.

Se Macron e il suo staff avessero deciso a tavolino di fare strike di prese per il culo, non avrebbero saputo far meglio. L’unione fa la forza, certo. Sin dal primo momento questo governo francese si è comportato in modo irresponsabile (come d’altronde da tre anni a questa parte, su qualunque tema, conflitto, situazione), facendo finta di niente e confermando di essere i campioni del mondo nella specialità della casa: voltare lo sguardo dall’altra parte puntando il dito verso i cattivi, che guarda caso sono sempre gli altri (ognuno scelga un esempio pertinente da un Camera-Fabietti a caso).

BFMTV, all-news francese che pratica un pessimo giornalismo sensazionalistico (ogni paese occidentale evidentemente ha quello che si merita), nei giorni scorsi ha osato costruire un dibattito intorno alla domanda: l’Italia contaminerà tutta l’Europa? Attenzione, non il virus, l’Italia. I media più seri, come Le Monde o i tg generalisti, finora hanno parlato della faccenda come turisti eccitati ai safari: toh, guarda, dei buffi esemplari di umani che riempiono i carrelli della spesa di pasta e mozzarella, a che ora ci vediamo per l’apéro?

Le decisioni della politica e dei media hanno però delle conseguenze. Ragazzi, davvero, lasciate perdere l’indignazione per i puffi, quello che conta è la vita quotidiana delle persone vere, reali, che devono arrivare a fine mese e non possono mica decidere autonomamente di smettere di lavorare (a meno di non farsi prescrivere un esaurimento nervoso) (“dottoressa questo governo è troppo imbecille, ho un crollo emotivo, mi dà due etti di benzo?”). Non si tratta di creare allarmismi, si tratta di affrontare in maniera adulta una realtà. Il virus, gli ospedali in sofferenza, i morti, il panico: questa è la nuova realtà. Qual è la risposta della Francia?

Nemmeno la notizia che il ministro della cultura e alcuni deputati (di cui uno in condizioni gravi) siano risultati positivi malgrado la loro condizione di privilegiati (possono evitare i trasporti pubblici, per esempio), ha scosso governo ed opinione pubblica. E dunque: le metro parigine sono piene a scoppiare nelle ore di punta, gente che tossisce, tocca cose, mette dita nel naso, non si lava, pollice su instagram, send me nudes e scrollatine di spalle. Li guardo e mi chiedo: sono preoccupati come me? Fingono indifferenza per il prossimo perché li educano così da piccoli? Il dato di fatto è che l’unica misura presa finora è proibire gli eventi con più di mille persone e chiudere qualche scuola. Una persona con cui lavoro, una persona colta, preparata, di fronte al mio sgomento per la spaventosa negazione della realtà da parte dei francesi mi ha risposto: “Ma la maggior parte dei casi in Francia è legata all’Italia, perché preoccuparsi?”. Ho spostato lo sguardo sul tavolo: non c’erano oggetti contundenti.

Non è solo la Francia. Anche Germania, Spagna, Belgio e gli altri paesi europei stanno sottovalutando o, nella peggiore delle ipotesi, occultando i dati reali di contagio. Credo sia una combinazione di cretinaggine e cinismo (“e vabbè sono morti quattro vecchi, pensiamo all’economia”) mentre l’Italia è avviluppata nel solito groviglio di melodramma e autocertificazioni pezzotte. Meglio morire per eccesso di preoccupazione o per i trenini con Puffetta e Gargamella?

Non so, ma nel frattempo noi italiani che viviamo all’estero viviamo una condizione di totale scissione comportamentale ed emotiva: da un lato, nostro malgrado, sappiamo già di essere dentro questo presente distopico dai confini temporali e spaziali compromessi, e passiamo le ore al telefono con amici e parenti, a svuotare il quotidiano secchio di paure prima che si fondano definitivamente con la solitudine e l’isolamento. Dall’altro siamo obbligati a fare finta di niente e continuare la nostra vita, pur temendo (sperando?) che tra poco anche gli altri governi dovranno adottare misure analoghe.

Una condizione di mezzo resa ancora più insostenibile dalla sensazione di sapere già come va a finire questa storia mentre gli altri giocano ancora a nascondino. Ma poi, cosa sappiamo veramente? Io, per esempio, so soltanto che i miei genitori hanno più di 70 anni, so che devo lavorare e, come ogni giorno, devo prendere diversi mezzi pubblici in una metropoli in cui si muovono milioni di persone, e so che sono molto inquieto.

Palermo, Parigi. Transalpino al quadrato, sempre tra l’essai e l’assai. Coautore del film Fuori Tutto, miglior doc italiano al Torino Film Festival 2019.

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