La bottiglia di aranciata

Pomeriggio d’estate, la stagione che stavolta deve solo far uscire i pensieri senza altri pensieri, sto guidando senza meta su una statale siciliana, direzione il mare, uno qualunque. La strada è sgombra, a sinistra il nulla, a destra il nulla, ogni tanto una macchina, ogni tanto un cartello, ogni tanto una rotatoria cervellotica. Volendo descrivere questo territorio che ha regalato alcuni tra i più importanti scrittori del Novecento, siciliano, italiano, europeo: ogni cosa è arida, ogni cosa è accesa dal sole e bruciata dall’uomo, ogni cosa è rallentata dalla minaccia della terra che si fa acqua e allora perché continuare a costruire questo ponte, lasciamolo così, a metà costruito, a metà sospirato. Soprattutto: ogni cosa è aggrovigliata, senza logica, senza costrutto, sensi unici sensi doppi sensi tripli, come per dispetto, come a dire Dal labirinto non si esce, inutile che ti agiti, qua stiamo e qua staremo. Ma poi, e lo sai solo poi, le promesse si avverano,

e allora dalla statale svoltiamo a destra all’ultimo istante utile, il cartello blu con la freccia è già un ricordo, entriamo a S., questo paesino non previsto che prima era solo un suono e ora invece parcheggiamo nella piazzetta principale, sotto un monumento ai caduti della guerra, nomi, cognomi, date di nascita, date di morte. Cosa ti aspetti da un paesino siciliano, un pomeriggio d’estate: case basse, fiat panda e fiat ritmo, manifesti elettorali scoloriti, un gruppo di vecchi seduti su un muretto all’ombra, adolescenti che sgasano sui motorini, ridono, un bar deserto, un ragazzo e una ragazza, sistemano le sedie e spazzano per terra, dagli enormi amplificatori Be my lover e Freed from desire stordiscono il tempo sospeso degli anni che non lasceremo mai andare via. Cosa non ti aspetti da un paesino siciliano, un pomeriggio d’estate: questa è la facciata, la conferma dei luoghi non a caso comuni, ma la parte migliore è sempre dietro, le quinte che non sai cosa ti riservano, e poi, solo poi, le promesse che si avverano. Vicoli, scale, uno spiazzo, una vallata che parte da qui e finisce là, silenzio. Siamo due e siamo gli ultimi su questa terra, non è più Sicilia, è sempre e solo Sicilia. Ruotiamo su noi stessi, le uniche tracce umane: secchi rovesciati, muri stinti, piante secche, la porta aperta di una vecchia casa, abbandonata. Sembra che chiunque sia scappato all’improvviso, gli invasori, o qualcosa del genere. Cercate la chiesa?,

dal nulla, una voce, dall’alto, alle mie spalle. Mi volto, alzo gli occhi, metto le mani a visiera. Una donna, anziana, sta dando da bere alle piante del suo balcone. Esito, non stiamo cercando la chiesa, ma la donna, con il suo sorriso, mi convince che Sì, signora, stiamo cercando la chiesa. Lei poggia l’annaffiatoio verde, asciuga le mani sul grembiule, prende un gran bel respiro e spiega come arrivarci, A quest’ora è chiusa ma voi provate a bussare lo stesso. Siete turisti? Turisti no, stranieri un po’ sì, Palermo, Genova, Parigi. Parigi?, il volto della signora si illumina ancora di più, Ma io parlo francese, ho vissuto in Svizzera tanti anni, Voulez-vous quelque chose à boire?, sorridiamo, lei dice aspettate che scendo giù, così è brutto parlare, fate il giro della casa che stiamo più comodi. Obbediamo, facciamo il giro,

e lei è già lì, ci viene incontro con una bottiglia da mezzo litro di un’aranciata: Ecco, è per voi, la tengo in frigo per i turisti che cercano la chiesa. Mi porge la bottiglia, questa donna sbucata dal nulla, i capelli lunghi e imperfetti, i segni di un’età che va avanti da troppo tempo, i suoi occhi piantati nei miei, prendo la bottiglia, come fosse la staffetta di chissà quale segreto che custodirò almeno per il resto di questo pomeriggio: si chiama Maria, negli anni ’70 è emigrata in Svizzera e ha vissuto parecchi anni in questa città che si chiama, si chiama, aspettate, e questo suo gesto di schermirsi, mettendo la mano davanti agli occhi mi ammazza, mi ammazza, questo anno disgraziato, e le sofferenze, e il buco nero di aprile, e ora una sconosciuta mi riduce a pezzettini, io e la mia bottiglia di aranciata tra le mani, Maria che ci chiede scusa per non ricordarsi il nome della città, Maria che ci dà del tu, e noi pure, e iniziamo il gioco delle città svizzere, lei dice Locarno, ma poi si corregge No Locarno no, allora io dico Lucerna!, e lei dice No Lucerna no, forse Locarno, sì è Locarno, e io dico Sì sarà Locarno, e lei dice Lavoravo in una fabbrica di sigarette, facevo le sigarette, e io dico Le sigarette, e lei dice Quanto mi piaceva parlare francese, c’est ça, c’est ça, e noi diciamo Oui oui, e lei dice Oh quelle belle langue, quanto mi piaceva parlare francese, e poi dice Ma poi mio marito è voluto tornare qua, io non volevo, io volevo stare lì, in Svizzera, però è rimasto un mio cugino che ha aperto un ristorante da tanti anni, ah!, sapete chi va a mangiare al ristorante di mio cugino?, noi diciamo Chi?, lei dice Mina, la cantante!, io dico Allora la città è Lugano!, lei si illumina e dice Sì Lugano!, e si schermisce ancora e ancora, come a scusarsi di non aver trovato lei il nome giusto, e io stringo forte la bottiglia di aranciata, e lei dice ma che stavo dicendo?,

e io dico Le sigarette?, lei dice No no no, ah sì, sapete, quest’anno ho fatto ottant’anni, e una mattina ero qua a casa, davo da bere alle piante, squilla il telefono, è mio cugino dalla Svizzera che mi fa gli auguri e mi dice Ora ti passo una persona che ti fa gli auguri pure lei, e Maria scoppia a ridere e la racconta come se fosse adesso, l’incredulità, e noi capiamo e diciamo in coro Non è vero!, e lei dice Sì era la Mina!, così, con l’articolo determinativo, la Mina!, e ridiamo, la Mina!, ridiamo e ridiamo, siamo tre e siamo bellissimi mentre lei dice Sapete io e la Mina siamo gemelle, anche lei ha fatto ottant’anni quest’anno, io gliel’avevo detto a mio cugino di dirglielo che eravamo gemelle, ragazzi miei la Mina al telefono non potevo crederci, mi mandava i bacini alla cornetta e dicevo Mina ciao Mina, che bella che sei Mina,

e Maria racconta racconta e racconta, e io la ascolto e vorrei abbracciarla ma non si può, Maria che parla di suo marito che non c’è più, di sua figlia che non viene mai a trovarla perché deve lavorare, Maria che dice che questa casa da sola non sa che farsene, Maria che dice Vi ho visti che cercavate la chiesa e vi ho chiamati, io conservo sempre qualcosa in frigo per i turisti che cercano la chiesa, e io dico Fai bene Maria, e lei dice Restate fino a stasera? C’è la processione, c’è un sacco di gente, forse viene anche mia figlia, e io stringo forte la bottiglia di aranciata, e dico No, dobbiamo andare, grazie Maria, ciao Maria, t’es belle Maria, au revoir Maria, e torniamo sui nostri passi, gli scalini, lo spiazzo, e in un attimo siamo dentro il futuro, il futuro, la statale, direzione il mare, uno qualunque, un pomeriggio d’estate di un anno non come gli altri, e se mi volto adesso Maria è ancora lì, sulla porta di casa, ci saluta con la mano, e io agito in aria la bottiglia di aranciata, Ciao Maria, merci Maria, la prossima volta parliamo solo in francese, promesso.

Palermo, Parigi. Transalpino al quadrato, sempre tra l’essai e l’assai. Coautore del film Fuori Tutto, miglior doc italiano al Torino Film Festival 2019.

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